Nguyen Van Hoan, ricordo di un maestro

Una famiglia di letterati

Il mio primo incontro con il Professor Nguyễn Văn Hoàn avvenne verso la metà degli anni Ottanta, quando, dopo essermi laureata, mi recai in Việt Nam per perfezionare gli studi sulla storia e sulla cultura vietnamita. Ero la prima studentessa italiana che si recava per motivi di studio nel Paese - se si esclude l’esperienza del mio amico, il Prof. Mauro Salizzoni, che, qualche anno prima, si era specializzato sotto la guida dell’ eminente epatologo Tôn Thất Tùng.

Al di là del prodigioso impegno professionale che egli profuse nella mia formazione, rimasi particolarmente colpita dall’accoglienza calorosa del Prof. Hoàn e di sua moglie, la signora Đặng Thanh Lê, a sua volta illustre letterata, erede di una vasta tradizione familiare umanista e figlia di uno fra i più amati e rispettati eruditi del Việt Nam, il Prof. Đặng Thai Mai, che fu, fra il resto, mentore del giovane Võ Nguyễn Giàp. Sin dal mio arrivo a Hà Nội, fui accolta come una figlia; gli stranieri allora, non potevano intrattenere relazioni troppo strette con i Vietnamiti, né frequentare le loro abitazioni e il Professore se ne doleva; tuttavia, con la Signora Lê, Hoàn veniva spesso in visita presso il collegio universitario dove ero alloggiata, apportando non solo libri ma “generi di conforto alimentare” e bibite perfino lattine di Coca Cola, un ‘bene’ allora ritenuto di lusso in Việt Nam.

In seguito, col progredire delle politiche del Đổi mới e

coll’allentarsi delle restrizioni imposte dalla tutela della sicurezza

interna, fui più volte loro ospite e potei gustare la cucina

vietnamita tradizionale, attraverso i manicaretti che, con 

straordinaria perizia, la Prof.ssa Lê preparava nella sua cucina;

“per apprendere la cultura vietnamita, bisogna mangiare

vietnamita - mi ripeteva -.

Il cibo è ‘cultura materiale’, ha impatto storico e sociale e

rappresenta molto più che un semplice mezzo di sostentamento”.

Nel corso delle nostre lezioni, con infinita pazienza, in omaggio

alle mie origini, Hoàn mi spiegava il curioso caso per cui la Storia

volle che il Việt Nam fosse il primo Paese del cosiddetto Estremo

Oriente ad adottare la scrittura latina. “Il quốc ngữ  - diceva -

può essere considerato come un felice risultato, una piccola

gemma, frutto della collaborazione tra la cultura latina e quella

vietnamita”. E, con somma grazia, descriveva le gesta del primo

europeo che poté parlare fluentemente la lingua vietnamita, il

religioso portoghese Francisco de Pina (1585-1625). Essendo

Hoàn, innanzitutto un italianista, con orgoglio, nelle sue lezioni

- che si tenevano all’Università, così come nei templi, nelle pagode o nei Ðình, ribadiva: “Il secondo europeo a parlare il vietnamita fu invece un italiano, il milanese Cristoforo Borri (1583-1632) che ci ha lasciato la Relatione della nuova missione delli P.P.della Compagnia di Gesù al Regno della Cocincina , stampata a Roma nel 1631” - e, aggiungeva - “questo illustre precedente dovrebbe destare la curiosità di quanti si apprestano ad avvicinarsi alla cultura e alla storia del Việt Nam. Qualche nozione di lingua è pur necessaria”. Io studiavo la Storia, la cultura e la letteratura del Việt Nam  e non specificamente la linguistica e quello era il suo modo per infondermi coraggio, a fronte della mia ritrosia nei confronti della lingua autoctona.

L’insegnamento del Professor Hoàn, in quel mio primo soggiorno di studio e nei successivi – svolti periodicamente  sino al 2005 -, tuttavia, non si limitava alla lingua e alla letteratura. Da lui appresi molte delle cose che ancor oggi, in Università, ripeto agli studenti, come ad esempio il fatto che la persistenza della lingua ha costituito uno dei fattori essenziali della preservazione della specificità culturale vietnamita, perseguita con tenacia e determinazione nel corso del tempo. È vero infatti che, nonostante i dieci secoli di dominazione cinese, la lingua vietnamita non solo conservò struttura grammaticale e vocabolario di base, ma continuò a evolversi: il lessico venne via via ad arricchirsi di nuove parole di origine cinese, in particolar modo nel campo della filosofia, della religione e, naturalmente, nel contesto dell’etica confuciana. Se oggi possiamo affermare che quasi il settanta per cento del lessico vietnamita contemporaneo ha origine cinese, è altresì necessario considerare che, sin dall’inizio della divulgazione linguistica, ai vocaboli di origine cinese veniva attribuita una pronuncia vietnamita; in altri termini, essi venivano “vietnamizzati”, cioè sottoposti a un costante processo di acquisizione, parallelo alla trasformazione e all’adeguamento alle caratteristiche culturali locali. Si tratta di un fenomeno che attraversa tutta la storia e la cultura del Việt Nam, variamente analizzato dai vietnamologi che molto insistono sulle attitudini di apertura di questo Paese nei confronti degli apporti culturali provenienti dall’esterno. Da questi primi rudimenti cominciai ad apprendere non solo le diversità fra la Cina e il Việt Nam; ottenni consapevolezza di come lo studio della storia moderna e contemporanea del Việt Nam fornisca strumenti utili per comprendere non solo la realtà vietnamita, ma anche il nostro presente e la complessità del mondo in cui viviamo. Come Hoàn ripeteva, del resto, “la lotta contro le sequele del pensiero coloniale è ancora troppo accesa per non restare vigili”.

 

Nguyễn Văn Hoàn e La Divina Commedia.L’avventura di una vita

Nguyễn Văn Hoàn, storico della letteratura italiana, amava ripetere che “la traduzione de La Divina Commedia in lingua vietnamita aveva costituito l’avventura di tutta la sua vita”. Certamente l’avventura più complessa ed entusiasmante. Con il Maestro, tuttavia, ho avuto il privilegio di condividere varie altre avventure, a partire dai primi anni Novanta, con il lancio di una Campagna per la raccolta di Libri in lingua italiana, confluiti dapprima presso l’Istituto di Letteratura e, in seguito, presso la Biblioteca Nazionale di Hà Nội. Tale progetto promosso dal Centro di Studi Vietnamiti e dall’Associazione Nazionale Italia-Viet Nam mirava a costituire, infatti, un primo scaffale di una Biblioteca di italianistica che il che raccolse pieno successo grazie anche alla partecipazione di istituti universitari, biblioteche e case editrici piemontesi e italiane, ma anche di numerosi privati.

 

Nel 1992, vi fu la partecipazione alla V Edizione del Salone del Libro di Torino, dove Hoàn tenne una conferenza su “La condizione degli Studi Universitari in Việt Nam” e, successivamente, presso l’Istituto Gramsci, alla Sala dell’Antico Macello di Po, illustrò la cultura e la letteratura vietnamita. Con Hoàn ci recammo poi insieme in viaggio a Parigi, per visitare il CID Viet Nam e incontrare gli amici dell’Associazione di Amicizia franco-vietnamita e lo scrittore e traduttore Phan Huy Đường.

 

Fra i successivi soggiorni del Professor Hoàn e della Signora Đặng Thanh Lê a Torino e nel corso della lunga attività che ho avuto il privilegio di svolgere insieme con loro, ricordo con emozione, nell’aprile 2001, un Convegno che organizzammo nel capoluogo piemontese: “La voce audace delle donne vietnamite. Poemi satirici, Ca Dao e... Hồ Xuân Hương”, in presenza della Signora Lê, prima fra i relatori e con la partecipazione di Nguyễn Văn Hoàn e un altro grande indimenticato amico, Pino Tagliazucchi. Si trattò di un omaggio alla poesia popolare del Việt Nam e alla poetessa Hồ Xuân Hương, ”ragazza terribile” delle lettere vietnamite. In quell’occasione presentammo altresì opere sul Việt Nam che erano appena state pubblicate: I Ca dao del Viet Nam (Milano2000, Obarrao), volume curato da Hoàn e Tagliazucchi; Từ cánh đồng nho đến trái tim thế giới -“Dalla vigna al cuore del mondo” -, (Hà Nội 2001, Nhà xuất bản Thanh Niên), saggio storico-sociale di Chiara Sasso, tradotto dal C.S.V. e I saggi sul Viet Nam (Torino 2001, Celid Universitaria), contenente articoli vari fra cui testi di Hoàn e altri autori vietnamiti. Quell’incontro ci fornì nel contempo l’opportunità di presentare alle istituzioni piemontesi e italiane e agli amici del Centro di Studi e dell’Associazione Nazionale Italia-Viet Nam un progetto che allora ci appariva tanto ambizioso quanto importante: la costituzione a Torino di una Biblioteca multimediale sul Viet Nam - patrocinata dall’Ambasciata della R.S del Viet Nam in Italia e dall’Università di Ha Noi - sulla base del materiale bibliografico e documentario già raccolto presso la sede del Centro di studi vietnamiti, nel contesto dell’esistente Centro di Documentazione sul Việt Nam, attivo sin dal 1989.

Nell’ottobre del 2002, accompagnai il Maestro a Ravenna;

partecipammo al “Settembre Dantesco” che ospitava,

come ogni anno, l’evento La Divina Commedia nel mondo

/ Rassegna di letture internazionali; qui presentammo la

prima versione vietnamita de ”L’Inferno” di Dante.

La traduzione completa dell’opera del nostro poeta,

all’epoca, non era ancora stata perfezionata, così, accanto

alla nostra conversazione su “Dante  in Viet Nam”,

Hoàn lesse alcuni brani già tradotti in vietnamita.

A lungo, in seguito, ricordammo quell’evento, che si era

tenuto - diceva il Professore -, “come in presenza del

sommo toscano in persona”, poiché la conferenza si era

svolta presso la Basilica di San Francesco, accanto alla

tomba dell’Alighieri. Anche in quell’occasione, il Maestro

seppe catturare l’attenzione del pubblico, con la sua

abituale semplicità e spontaneità. Sui Quaderni

Vietnamiti, pubblicazione del C.S.V., è raccolto il testo

del suo intervento, dove accanto alla passione per il

capolavoro italiano, risuona, come sempre, l’orgoglio vietnamita. Scriveva Hoàn:

“Malgrado la sua vasta e profonda erudizione, Dante non avrebbe mai immaginato che il suo capolavoro, La Divina Commedia, si sarebbe propagato ben al di là del cosiddetto ‘Vicino’ Oriente, giungendo sino a quell’Oriente ‘Estremo’, laddove c’è oggi un piccolo Paese, il cui nome ai tempi del sommo poeta, ancora non esisteva sulla carta del mondo. Sette secoli dopo la sua morte, tuttavia, quel piccolo Paese sarà conosciuto per la sua eroica lotta per l’indipendenza. Per la circostanza storica della propagazione del  cattolicesimo, a partire dal XVI e XVII secolo, questo Paese – fatto unico nell’Asia del Sud-est - possedeva una scrittura che utilizzava i caratteri latini per trascrivere la propria lingua e, a causa dell’amministrazione coloniale francese, dalla Prima Guerra mondiale in poi, possedeva una parte di intellettuali che poteva leggevano direttamente Molière e Victor  Hugo nel testo originale in francese. Questa parte di intellettuali leggerà la Divina Commedia nella sua traduzione francese. La Biblioteca Nazionale di Hà Nội conserva ancora la traduzione della Divina Commedia di Artaud de Montor, edita dai Garnier Fréres nel 1879. È un volume di seicento pagine, grande formato,  bene impresso, che traduce tutte le tre parti della Divina Commedia, con note minuziose. A Hà Nội attualmente si possono trovare facilmente le traduzioni di Henri Longnon, André Pdzard e Jacqueline Risset.

 

Un debito di riconoscenza

 Grazie al Professor Hoàn, ho avuto l’onore di incontrare grandi intellettuali del Việt Nam, come Nguyễn Khắc Viện e Hữu Ngọc e conoscere studiosi francesi e internazionali con i quali, nel corso del tempo, ho intrattenuto proficui scambi e contatti di studio. Fra questi, il vietnamologo Charles Fourniau, al quale, così come per Hoàn, mi lega, un grande debito di riconoscenza. Diceva Hoàn:  “Pensando al mio caro, vecchio amico Charles Fourniau, mi vengono in mente, ancor prima dei suoi meriti di studio e di ricerca, ricordi di amicizia. È precisamente cooperando nella ricerca storica che si è consolidata la nostra amicizia”.

Si erano incontrati la prima volta nel 1963,  a casa di un comune amico, in Via Hồ Xuân Hương al numero 8; concordarono che Hoàn avrebbe aiutato Charles nel reperire documenti vietnamiti relativi alla conquista francese; in cambio, Fourniau lo avrebbe aiutato nella pratica della lingua francese. Ricordava Hoàn: “Una particolare coincidenza fu molto utile ai lavori di ricerca di Charles: all’inizio del 1965, mentre i bombardamenti americani al Nord si intensificavano e la popolazione di Hà Nội si preparava all’evacuazione, la gente metteva in vendita sui marciapiedi tutti gli oggetti che non poteva portare con sé. Un giorno, tra alcuni vecchi libri, trovai un registro genealogico della famiglia Nguyễn Quang Bích (1832-1890), redatto in caratteri cinesi dal suo figlio maggiore, Nguyễn Quang Đoan. Era un documento inedito e Charles poté utilizzarlo nella sua tesi del dottorato (1984)”.

 Si trattava di un importante documento relativo al Cần Vương, movimento di resistenza dei patrioti vietnamiti in sostegno al re nella lotta contro la conquista coloniale (XIX secolo). Tuttavia, “più che dai documenti e dalle dotte lezioni di insigni docenti - mi diceva Hoàn -, Charles Fourniau, poté comprendere lo spirito che animava il Việt Nam, nella foresta, in un’aula scavata nel sottosuolo e protetta da un solo muro di terra, accanto a studenti che ascoltavano attenti, con il sottofondo degli spari di fucile. Durante la guerra, in quel rifugio sotterraneo, adibito a improvvisato auditorio, Charles comprese che il quieto popolo vietnamita “lottava fermamente contro le forze d’invasione più terribili del mondo moderno, nella certezza di un futuro vittorioso”.

 

Da Nguyễn Văn Hoàn, Charles Fourniau, Nguyễn Khắc Viện e dalle parole dello stesso Võ Nguyễn Giàp - cui Hoàn era legato da parentela e amicizia -, ho compreso che il popolo vietnamita  ha insegnato al mondo non solo come si difende la propria dignità, ma anche come si possa non odiare i propri nemici e, anzi, nella conquistata libertà, assimilarne alcuni tratti di civiltà; da essi ho appreso il carattere, anche positivo, dell’incontro fra tra­dizioni culturali, dapprima estranee. Dall’ insegnamento di Nguyễn Văn Hoàn, ho tratto non soltanto i rudimenti della grande civiltà umanista e letteraria del Việt Nam, ma anche la mia educazione politica e morale.

Nell’immensa tristezza della perdita, voglio ricordarlo con una massima confuciana, tôn sư trọng đạo”: Rispetta e onora i tuoi Maestri se vuoi onorare la tua professione...

 

Sandra Scagliotti

Console onorario R.S. Viet Nam

 

L.Sossai, Hoang Van Dung, Van Hoan e Giap settembre 1994

STEINBECK IN VIETNAM

IL PERSONAGGIO

Fra il 1966 e il 1967 lo scrittore di “Furore”, da poco insignito del Nobel, raccontò il conflitto nel Sud-Est asiatico. Partì animato da sentimenti patriottici che poi si affievolirono. Ora i suoi dispacci sono raccolti in un volume.

STEINBECK in VIETNAM

 

Un grande reporter sulle sponde del Mekong, dove muore la “meglio gioventù” americana.

 

Nelle foto appare un po' appesantito, come se facesse fatica a impugnare le armi, mirare al bersaglio, farsi largo nella sterpaglia con il suo elmetto d'acciaio. Ma quando punta l'obiettivo del fotografo, John Steinbeck tenta di soffocare in un ghigno furbo la marea di dubbi dentro la sua testa.

Stava per compiere 65 anni, troppi per partecipare a una guerra. Troppi per continuare a credere che la guerra in Vietnam fosse necessaria. Sareb­be morto due anni più tardi, tra molti ripensamenti.

È difficile tenere insieme due simboli apparentemen­te inconciliabili, come possono esserlo luce e ombra, un icona tra le più alte del Novecento letterario - il narrato­re dell'epopea di migranti all'epoca della Grande Depres­sione – e la fotografia insanguinata dell'intervento ame­ricano. 

E non è un caso che la storia di Steinbeck in Viet­nam sia rimasta nel backstage dell'immaginario colletti­vo, fin quando un paio d'anni fa è uscita negli Stati la pri­ma raccolta completa del suoi dispacci, una serie di cinquantotto articoli scritti per il Newsday dal dicembre del 1966 all'aprile del 1967 (ora tradotta in Italia da Rossana Macuz Varrocchi nelle edizioni Leg, Vietnam in guer­ra, con saggi di Thomas E. Barden e Cinzia Scarpino).

So­no corrispondenze in forma di missiva, pubblicate sotto la testatina "lettere ad Alicia". Così aveva voluto lo scrit­tore per rendere omaggio ad Alicia Patterson, la fondatrice del giornale scomparsa poco tempo prima.

All'inizio Steinbeck non voleva partire, il presidente Johnson aveva cercato di convincerlo in tutti i modi, ma lui resisteva all'idea di diventare un testimonial del fron­te asiatico: e certo lo sarebbe diventato vista la sua gigan­tesca fama recentemente incoronata dal Nobel. Finché un'occasione famigliare lo spinge a Saigon: l'arruolamento in Vietnam del secondogenito John IV.

Non era imma­ginabile che il grande reporter di guerra, l'autore di pagi­ne indimenticabili sul secondo conflitto mondiale

(Once There Was a War), disertasse il campo di battaglia fre­quentato dal figlio. Su incarico dell'editore Guggenheim — e non del presidente Johnson — nel dicembre del 1966 Steinbeck parte con la moglie per Saigon. Per poi visitare anche Laos, Cambogia, Thailandia, Hong Kong.

Cosa vede Steinbeck della guerra? Si sposta in elicotte­ro lungo il Mekong, assiste al bombardamento di un B-52, partecipa come osservatore alle escursioni aeree. Sembra confuso, ha l'impressione che la guerra gli sfug­ga. Ma le sue corrispondenze non vengono mai meno a quello spirito patriottico e interventista con cui era parti­to.

Agli occhi del reporter, la "meglio gioventù" non era­no gli hippies o i debosciati che perdevano tempo nelle marce pacifiste ma quei coraggiosi ragazzi che in tuta mi­metica si immolavano per la patria. Tornato negli Usa al­la fine di aprile — siamo nel 1967—Steinbeck smette di occuparsi pubblicamente del Vietnam per confessare le sue riserve solo agli amici.

«Sono quasi sicuro che quelli che dirigono questa guerra non abbiano né un'idea né il controllo», scrive in agosto all'editor Elizabeth Otis. Muo­re sedici mesi più tardi. Fortunatamente non fa a tempo a vedere i reduci in carrozzella scagliare le loro medaglie contro la gradinata del Campidoglio.

 

“Non esistono buone guerre, sono tutte cattive”.

 

 

JOHN STCHVBECK

Di seguito alcuni stralci presi dal libro:

NEW YORK, 3 DICEMBRE 1966

 

Cara Alicia,

Notizie molto eccitanti per me. Newsday vuole che mia moglie ed io andiamo a farci un giro nell'Asia Orientale, fin dove riusciamo ad arrivare, per vedere tutto quello che è possibile vedere. Ti sembra ridicolo a 64 anni? Si dice che non ci sia vecchio peggiore di un vecchio scemo, ma quando vedo quei ragazzi dai capelli lunghi che contestano contro una vita che devono ancora vivere, mi pare che noi vecchi non siamo gli unici scemi. Non che per questo siamo meno scemi, ma siamo in buona compagnia. (...). Ti racconterò tutto, se ti interessa. Io ormai non sto più nella pelle. Sono impaziente. Non si sa mai che mi sfugga qualcosa.

 

HONOLULU, 9 DICEMBRE 1966

 

Cara Alida,

d siamo fermati qui per ricevere ragguagli dal Comando del Pacifico, e non sono ragguagli da poco. Per due giorni sono stato esposto a un maremoto di informazioni fornite dall'Esercito, dalla Marina, dai Marines e dall'Aeronautica militare. Lasciami dire che se i giornali hanno riportato le dimensioni e la complicatezza delle nostre operazioni nell'Est Asiatico, io devo aver letto senza molta attenzione perché non avevo idea dell'enormità di ciò che c'è da fare. Mi domando quanti in America sanno quello che si fa qui {...}.

La prima sorpresa è stata la relativa assenza di segretezza. Come ricorderai, durante la seconda guerra mondiale, praticamente tutto era classificato come segreto, anche quello che avevi mangiato a colazione. Sembra che questo non valga più. Per ogni domanda che ho fatto, mi hanno risposto con franchezza, quasi con ansia di raccontare: come si spiega questo cambiamento? Se non sapevano come rispondermi, me lo dicevano chiaramente. Nella mia passata esperienza con i militari, non ho mai sentito nessuno ammettere la propria ignoranza. In un certo senso la cosa è piacevole, ma fa anche un po'di paura.

 

SAIGON, 31 DICEMBRE 1966

 

Cara Alida

(...) Non saresti orgogliosa di me. Sono qui da due giorni, quasi tre, e non ho una sahariana di sartoria, camicia azzurra e cerone per comparire in televisione, e non sono un'autorità in merito a questa guerra. Sono successe tantissime cose e ci vorrà tempo per capirle: sono in un certo senso cose incredibili. Ieri per esempio abbiamo preso un elicottero per raggiungere il 23° Gruppo di Artiglieria che pattuglia uno degli avvicinamenti alla città. Hanno obici da 105 mm che portano qua e là in areo, come dei Babbi Natali che portano doni.

Mi hanno fatto l'onore di sparare i primi colpi dalla canna n.4. È stato un momento di grande orgoglio, e mi hanno dato il bossolo da portare a casa. La logistica sarà problematica, ma la gestirò. (... ) Nel pomeriggio vado al poligono per provare armi di piccole dimensioni, lanciagranate e mortai. Sono quasi tutte armi che non ho mai visto e tanto meno usato. Ma non voglio essere una zavorra: non mi sono mai piaciuti gli osservatori innocenti. Preferisco essere un osservatore colpevole, se necessario. Per quanto io ami la pace, c'è una bella differenza tra una colomba e un piccione.

 

SAIGON, 14 GENNAIO 1967

 

Cara Alida,

questa guerra lascia davvero confusi, e non solo i vecchi osservatori ma anche quelli che in patria leggono e cercano di capire. È difficile soprattutto a causa dei preconcetti che si sono accumulati in migliaia di anni. Questa guerra non assomiglia a nessun altro conflitto in cui siamo stati coinvolti.

Cercherò di raccontare alcune delle differenze che ho osservato io.

Era facile raccontare le guerre di movimento, di posizioni conquistate, difese o perdute, di linee definite e ben chiare, di truppe che si affrontano e combattono fino a che una parte o l'altra è sconfitta. È possibile immaginare una grande battaglia, e la si può raccontare come si racconta un combattimento tra tori. Puoi rivedere, magari su una mappa, tutte le guerre che ci sono state finora: da una parte della linea noi e i nostri amici, dall'altra i nemici. Il Vietnam non è affatto così e mi domando se sarà mai possibile descriverlo. Forse è proprio l'impossibilità di descrivere le sue caratteristiche la causa dello scontento e della frustrazione dei giornalisti venuti quaggiù. (...) È una guerra di sensazioni, senza un fronte e senza retroguardie. È dappertutto come un gas sottile e pervasivo.

 

 

(SENZA INDICAZIONE DI LUOGO) 3 FEBBRAIO 1967

 

Cara Alicia,

(...) viene sempre il momento di fare i conti, e in guerra i conti sono sempre tristi. Nell'esplosione secondaria erano morte 20 o 30 persone: però erano morte mentre fabbricavano armi per uccidere noi. Ma gli esseri umani che assemblavano le granate all'interno di quella che ora è solo una voragine nera e fumante cosa avevano a che fare con l'uso di quei piccoli strumenti di morte? Chi è colpevole e chi è innocente? Ho visto cosa fanno quelle granate nei mercati dei villaggi, nei piccoli ristoranti, persine sulle barche cariche di gente.

Per me tutte le guerre sono cattive. Non esistono buone guerre e non credo che esista un soldato pronto a darmi torto. Però non riesco a capire quelli che credono di essere innocenti solo perché distolgono lo sguardo e girano le spalle: quelli che distolgono lo sguardo hanno forse scoperto che c'è una guerra buona e una cattiva?

Masterson, il soldato semplice di marina che guada le paludi pullulanti di sanguisughe, la famiglia di contadini delle risaie che si rintana terrorizzata nella sua capanna minata all'estremità di un sentiero pieno di trappole esplosive, io che ho visto questa guerra da vicino: tutti saremmo d'accordo nel dire che è tutto cattivo. Ma tutto il male va eliminato in una volta sola, altrimenti continuerà a esistere come è sempre esistito.

 

Simonetta Fiori – la Repubblica 2 giugno 2017

VIETNAM IN GUERRA

 

II libro

I brani qui anticipati sono tratti da John Steinbeck, Vietnam in guerra

(Libreria Editrice Goriziana, euro 22)

Progetto Voyage: un ponte tra Università europee e vietnamite

23 Mag 2017

Un identikit degli studenti vietnamiti negli Atenei italiani. E’ quello tracciato da Alma Laurea, il Consorzio Interuniversitario tra 75 Università italiane, in una ricerca e presentata a Bologna in occasione del workshop “University-Enterprise cooperation in Europe and Vietnam”.

Grazie ad accordi tra atenei italiani e vietnamiti, diversi studenti asiatici si stanno formando nel nostro Paese. Nel 2016 sono stati 56 i laureati vietnamiti in sei Atenei: Cassino, Trento, Politecnico di Milano, Palermo, Bologna, Roma Tor Vergata.

L’indagine conferma che gli studenti, provenienti da famiglie istruite, hanno realizzato ottime performance universitarie e sono risultati soddisfatti dell’esperienza formativa e umana compiuta.

La banca dati porterà a realizzare in Vietnam la prima analisi sulle caratteristiche dei laureati e sulla soddisfazione per gli studi fatti insieme ad una banca dati di curricula dei laureati, certificati e disponibili on line, per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Il workshop è stato organizzato da Almalaurea in collaborazione con Unioncamere Emilia-Romagna e con il supporto del Consorzio Voyage per illustrare il mercato del lavoro e formazione del capitale umano in Europa e in Vietnam, importante attore economico nell’area ASEAN.

Il progetto Voyage, coordinato da AlmaLaurea, si propone di implementare una banca dati pilota sul modello sviluppato in Italia da Alma Laurea nei tre Atenei Vietnamiti partner di progetto (Università di Hanoi, Posts and Telecommunications Institute of Technology, National University of Art Education) che possa in seguito essere esteso all’intero corpo universitario del Paese.

Partecipano partner europei da Italia, Spagna e Portogallo (Università di Padova, Università di Barcellona e Università di Minho) oltre al parco industriale Hanoi Industrial, Export Processing and Hitech Park – Center for Enterprise support and Services.

Il Vietnam è un importante attore economico sia nella area ASEAN che nell’intero continente asiatico. Grazie alle riforme politiche ed economiche, il PIL aumenta ogni anno a un tasso intorno al 7% e un reddito pro capite con previsioni di crescita costante del Paese: l’Emilia-Romagna, secondo l’ufficio studi di Unioncamere regionale, vanta nei confronti del paese asiatico un export di circa 198 mln (a fronte di circa 222 mln di import), principalmente nel settore dei macchinari, e dei prodotti alimentari. Il valore export dell’Emilia-Romagna verso il Vietnam è cresciuto dal 2013 al 2015 di circa il 63,8% (+1.4% rispetto alla media nazionale).

L’obiettivo del Vietnam è diventare un’economia industrializzata ma “green friendly”, con una politica di crescita sostenibile.

In Vietnam sulla base di un accordo tra Unioncamere regionale e Becamex, l’agenzia di sviluppo della Provincia di Binh Duong, è stato attivato nel 2013 il desk Emilia-Romagna poi esteso all’Italia coinvolgendo la Camera di commercio mista Italia-Vietnam, per promuovere il commercio e gli investimenti tra i due Paesi.

Le opportunità di collaborazione tra le imprese italiane e la Provincia di Binh Duong saranno al centro di una serie di appuntamenti della delegazione asiatica organizzati con il supporto del Desk Emilia-Romagna/Italia, a fine maggio: lunedì 29 a Milano (Palazzo Turati, Via Meravigli 7), martedì 30 a Napoli (Università “Federico II” via Toledo 402) e Roma (Camera di commercio, piazza di Pietra).

Su una superficie di 9.425 ettari, Binh Duong ha costruito 28 parchi industriali, dove il tasso di occupazione è oltre il 65%. La provincia si sta affermando nel mondo per tecnologia e innovazione.

http://www.bologna2000.com/2017/05/23/progetto-voyage-un-ponte-tra-universita-europee-e-vietnamite/